giovanni@mattio.it
  Homepage   | Biografia   | Tracce   | Contatti   |  
-    | Login   

 LE TAVOLE DEL SOLE
   TRALCI
   GEMME D'ACQUA
   LE MENSE
   IN PIENA LUCE
   COSMOGONIE
 
 LE TERRE
 
 VOLTI
 
 LUOGHI
 
 MONITOR
 
 AFRODITE ED EROS
 
 EQUINOZIO
 

 
 


                                        Equinozio, la mostra




EQUINOZIO, mostra personale
dal 28 marzo al 19 aprile 2009
Antico Palazzo di Città
Via Giolitti, 1 - Mondovì
Orari: dal martedì alla domenica, 15.30-19
(lunedì 13 aprile aperto, con gli stessi orari)

per informazioni: 0174-559316, 0174-43003


Lyra, ilocromo, 2009 Il Carro, ilocromo, 2009 Semina, ilocromo, 2001














Mostra personale

Suggestioni cosmiche
Ostensioni silenti al di là del visibile

Antonio D'Amico

La pratica pittorica di Giovanni Mattio si serve di una mutola facondia ardita, in cui il segno cromatico diviene palpito narrante di suggestioni cosmiche generate da impulsi intimi e reconditi, laddove il luogo dell'esistere umano interagisce con la natura, intesa come hortus conclusus, crinale spirituale sul quale immergersi per gustare e riconoscerne un fascino denso di mistero. E' la medesima segretezza, a volte inspiegabile, che circonda la vita e la quotidianità e che Mattio col suo animo sensibile tenta di catturare, riconoscere e quindi ricordare, imprimendola sul supporto in qualità di sintesi significante di una realtà metabolizzata e bloccata con lo sguardo dell'anima. Infatti, la sua pittura è il gesto tangibile del fare memoria non di un paesaggio o di un antro naturalistico, bensì di quel bello ideale e supremo che regna nel cosmo, desiderio e anelito per poter scrutare oltre il visibile, compenetrando quinte sceniche oggettive solo con gli impulsi di un inconscio che emerge e trova spazio fisico per poi scoprire che la tela trasuda di una vitalità sensoriale incontrovertibile e bastante solo a se stessa.
Per Mattio la radice mitologica che trasuda dalla pellicola pittorica delle sue opere, è l'aneddoto primordiale, la musa ispiratrice, compagna nel viatico dell'andare, e non il soggetto pregnante, visibile e riconoscibile sulla tela. È l'imprinting che gli consente di rimirare il messaggio da perpetuare, silente, ossequioso di una percezione semplice, immediata, senza articolazioni, semmai grazie a uno stringente rapporto fra sentimento e sentimentalità. È proprio così, parafrasando un pensiero di Rothko, in quanto Mattio predispone l'animo alleandolo alla "partecipazione oggettiva" del mondo circostante fin quando nel quadro non si produce un "sentimento di infinito" che sfocia non nella puro visibilità figurativa bensì in una visione dall'inclinazione affettiva e in tal senso, il pittore, sembra quasi implorare, così come il poeta, la protezione di Venere:

… E poiché tu sola governi la natura e senza di te nulla sorge alle celesti plaghe della luce, nulla si fa gioioso, nulla amabile, desidero che tu sia la mia compagna nello scrivere i versi che tento di comporre sulla natura … Tanto più, o dea, dà dunque ai miei discorsi il fascino eterno .

Effettivamente quelli di Giovanni Mattio sono dei veri e propri discorsi visivi composti per getti cromatici grumosi, dove la protagonista assoluta è la malta terrosa, principio e origine di un lavoro tecnico da stendere con alacre senso dell'armonia. A volte compaiono inserti naturalistici, quasi fossili emersi dall'oscurità, catturati e inglobati con la resina che forma una patina lucida, trasparente, laddove lo sguardo di un anonimo Narciso si ferma a contemplare la sua Eco perché le sue fogge si sono infrante e ora si perdono nella notte dei tempi. La medesima operazione consente a Mattio, forse anche inconsciamente, di sgombrare il portato contenutistico del quadro da ogni sovrastruttura morfologica; la sola lettura è l'universo e i suoi molteplici elementi e ancora, più stringente, lo spettatore che si ferma a contemplare noterà le sue porzioni di cielo, di vita, di memoria, la stessa di un luogo recondito, della storia intima e sociale, di un individuo o di un popolo in attesa di un'identità rigenerante.
Le forme informi che si leggono sulle tele di Giovanni Mattio, se un tempo erano figure sedimentate nel suo io e riprodotte in sembianze anatomiche, oggi non vanno in cerca di una decantata fisicità corporea, quel punto fermo di riferimento statico da cui partire e al quale tornare, bensì rasentano l'incorporeo, il ricordo notificato in microspessori di puzzle il cui messaggio è consegnato a un'insieme tutto da risistemare nella mente di ciascuno.
Concretamente nel suo procedere pittorico, Mattio non anela al fisionomico risvolto del vero, bensì è in costante ricerca della verità, di quella pienezza penetrante conquistata attimo dopo attimo, centellinata in ogni singolo quadro e riletta nel barlume della dinamica di ridimensionamento sensoriale; è solo attraverso lo sguardo diretto dell'opera finita che il pittore si accorge di quanto ancora manca al raggiungimento del vero, di quella soglia di appagamento sostanziale e definitivo …ma forse tutta la vita pittorica non basta per raggiungerlo!
Infatti, la mostra di Mondovì è un percorso temporale, una lettura del qui ed ora raggiunto e manifestato senza riserve; è l'attimo dal quale ripartire per consolidare altri tasselli anelanti al vero! Ogni elemento visivo e persino le strutture vezzose e non geometricamente esatte costituiscono un sistematico mosaico, quasi un firmamento tripartito entro aule parlanti che presentano una serie di puzzle, destrutturati e narrativi ma tutti alla ricerca di quel quid unificante fra le singole opere che Mattio ha inserito con tutto il peso specifico in un vortice sensoriale che parte dall'anima, giunge alla mano e poi, scivolando fra le dita, arriva al visibile.
Il perno del racconto, che è un instaurato dialogo fra l'universo e l'artista e che ora è posto dinanzi allo sguardo del pubblico, è il contrapporsi di due figure sensuali e suadenti, intime ed evanescenti, seppur forgiate con tutta la forza cromatica della materia pittorica: Austro e Favonio.

…non appena la bellezza del giorno primaverile si svela, ed il soffio del favonio vivificatore, dischiuso, prende forza, per prima cosa gli uccelli del cielo annunciano te Venere e il tuo arrivo, o dea, colpiti in cuore dalla tua potenza .

È l'incontro fra forze opposte prismatiche, fra dionisiaco ed apollineo, contrastanti e proficue quindi, così come accade nella vita; sono briciole di cielo azzurro, impeti di vento, meditazioni cromatiche di leggerezza, dove perdersi in placidi sogni o piuttosto ritrovare quel lieve torpore del risveglio. Un candore dinamico, laddove la resina rende traslucida la superficie a specchio, così come nei caldi rosso fuoco dove entro binari iridescenti si giustappongono superfici ora opache ora lucide ma pur sempre trasparenti e permeabili. Il fluire delle stagioni e così del tempo: una clessidra solenne e imperturbabile in cui regna lieve il senso dell'ignoto, quelle incerte ostensioni di galassie sovrane. Culla vigile e sentinella astuta è la madre terra, vascello fecondo dove la pastosità terrosa e rugosa trasla sedimenti di gestazione. Tutta la pittura di Giovanni Mattio è una gestazione in equilibrio equinoziale, consapevole di un'armonia recondita ed estetica sempre cercata e voluta.
Del resto il portato stilistico di tal pittura risiede in un magico senso del realismo, tangente l'evento fisico e sfociante nell'informale senza per questo snaturare la fonte di partenza: la natura! Campiture nervose e accidentate sulle quali soffia un caldo Atabulo e avanza il germoglio del mattino in una continua rinascita, come nelle fasi della vita di un uomo, sempre in costante stadio di progresso. L'arte per Mattio segna le fasi del suo divenire, delle sue stagioni e del suo ansioso senso aniconico del bello ideale che sarà pienamente avvertito solo quando l'opera avrà raggiunto la pienezza del concepimento.
Se dunque qualcuno decidesse di perdersi in queste atmosfere solide e pragmatiche, riconoscerebbe parte del proprio io alla ricerca della verità?
Mattio la sta ancora cercando, nascosta nelle viscere di altre ostensioni silenti al di la del visibile.